C'è un episodio accaduto a ottobre 2026 che dovrebbe far riflettere ogni imprenditore che paga canoni mensili per il proprio software. Un ingegnere, Brandon Thomas, ha pubblicato su GitHub sette applicazioni open source che replicano le funzioni di strumenti complessi come Photoshop, Illustrator o Acrobat Pro. Le ha chiamate ArtCraft e le ha scritte in pochi giorni utilizzando Claude Opus 5.5. Sebbene l'autore stesso le definisca "super early alpha" e ammetta che siano più acerbe degli originali, il fatto è che sono ricostruzioni clean-room, ovvero non riutilizzano il codice di Adobe, ma ne reimplementano le funzioni.
Questo caso, insieme alla strategia di Microsoft che ha riunito Copilot, Code e Autopilot in un'unica applicazione per trasformare l'IA in una vera "fabbrica di software", ci pone davanti a un bivio. Satya Nadella ha chiarito che l'obiettivo è passare dall'idea all'applicazione funzionante senza uscire dall'ambiente di lavoro. Per chi gestisce un'azienda, questo significa che la barriera tecnica per creare uno software gestionale su misura si è abbassata drasticamente.
Il nodo dei costi e dei canoni
Molte aziende lavorano con gestionali vecchi, magari nati in Access o Visual Basic, legati a fornitori storici che garantiscono l'assistenza in cambio di un canone. Ma qui sorge la domanda che Andrea Tironi ha posto su Agenda Digitale: se oggi sviluppare software costa meno di due anni fa grazie all'IA, perché il canone che un'organizzazione paga da un decennio non si è mosso di un euro, o addirittura cresce con l'inflazione?
Il punto non è chiedere uno sconto generico al fornitore, ma capire quali voci del servizio incidono davvero sul prezzo. Se la scrittura del codice è diventata più rapida ed economica, il costo del canone non può più essere giustificato solo dalla "manutenzione" del software. In questo scenario, l'idea di un software gestionale su misura torna a essere interessante, non più come un investimento proibitivo per pochi, ma come un modo per eliminare costi fissi che non riflettono più il valore reale della produzione tecnologica.
Il fornitore storico, e perché la domanda resta la stessa
In Italia il gestionale di una piccola impresa ha quasi sempre un nome noto dietro, e il mercato continua a concentrarsi. Il 30 settembre 2026 Confartigianato e Zucchetti hanno firmato un accordo chiamato «Artigianato Digitale» per la trasformazione digitale delle micro, piccole e medie imprese: l’associazione che rappresenta gli artigiani porta ai propri associati un fornitore tecnologico di riferimento. Vale la pena notare, come ha osservato LaMiaFinanza, che il comunicato non precisa attività, risorse, tempi né quali piattaforme saranno coinvolte.
Non c’è niente di sbagliato in un fornitore grande e strutturato: significa continuità, assistenza e un prodotto che non sparisce da un giorno all’altro. Il punto è un altro, ed è sempre lo stesso: quel canone cosa copre, oggi, e il prodotto standard segue il tuo processo, o sei tu che ti sei adattato al prodotto? Chi risponde «ci siamo adattati noi» sta pagando due volte: una in licenza e una in tempo.
C’è poi il nodo che blocca quasi tutti, e non è il budget. Secondo un’analisi di TechFromTheNet, che cita l’Osservatorio Digital B2B della School of Management del Politecnico di Milano, l’integrazione con i sistemi legacy viene indicata come l’ostacolo tecnologico più grande, davanti alla stessa gestione dei dati. È esattamente il punto in cui rifare un pezzo su misura smette di essere un lusso e diventa l’unica strada che porta da qualche parte.
Quando conviene e quando no
Nonostante l'entusiasmo per l'IA, non è sempre conveniente muoversi. Esistono limiti concreti. Primo, la qualità del codice: come visto nel caso ArtCraft, le applicazioni generate rapidamente sono spesso "acerbe". Un gestionale aziendale non può permettersi di essere in versione alpha; deve essere solido, sicuro e preciso.
Secondo, c'è il rischio dell'integrazione. Il Sole 24 Ore ha evidenziato cinque insidie per le PMI italiane, sottolineando che tra l'adottare uno strumento e saperlo integrare c'è una differenza enorme, che costa cara al 99% del tessuto produttivo nazionale. Il professor Ubaldo Livolsi ha spiegato che il nuovo divario digitale non riguarda più l'accesso alla tecnologia, ma la capacità di integrarla nei processi aziendali.
Quindi, quando conviene rifare il gestionale? Conviene quando i processi aziendali sono diventati così specifici che il software standard (o quello vecchio e rigido) rallenta la produzione. Non conviene se l'azienda non ha una chiara visione dei propri flussi di lavoro o se pensa che l'IA possa sostituire completamente la supervisione umana nella definizione dei requisiti.
La linea legale: reimplementare non è copiare
Un dubbio frequente riguarda la legalità di un software creato per "fare le stesse cose" di uno esistente. La direttiva europea 2009/24/CE, recepita nella legge italiana sul diritto d'autore e confermata dalla Corte di giustizia dell'Unione europea nel caso SAS Institute contro World Programming, stabilisce che le funzioni e i principi di un programma non sono protetti dal diritto d'autore. Reimplementare il comportamento di un programma è quindi lecito.
Tuttavia, esiste una linea rossa invalicabile. Restano protetti il codice sorgente, le icone, i nomi, i marchi e le interfacce riconoscibili. La decompilazione è ammessa solo per l'interoperabilità, non per clonare un prodotto. Chi decide di sviluppare un software gestionale su misura deve quindi puntare a ricostruire le funzionalità (il "cosa fa"), ma deve creare un'interfaccia e un codice originali (il "come appare" e "come è scritto").
L'adozione dell'IA nelle imprese italiane
I dati pubblicati da Economyup, basati su Istat ed Eurostat, mostrano un quadro contrastante. Nel 2025, l'IA è stata usata dal 16,4% delle aziende con almeno dieci addetti, raddoppiando rispetto all'8,2% del 2024. Restiamo comunque sotto la media UE del 20%, con la Danimarca che guida al 42%.
Il dato più allarmante è il divario interno: l'IA è usata dal 53,1% delle grandi aziende contro il 15,7% delle PMI con almeno dieci addetti. La distanza tra grandi e piccole imprese è passata da circa 25 punti nel 2024 a 37 nel 2025. Questo significa che mentre le grandi aziende stanno già ottimizzando i costi di sviluppo, le PMI rischiano di restare ancorate a canoni obsoleti e tecnologie superate.
Il caso più frequente: il gestionale in Access che nessuno vuole toccare
La richiesta quasi mai arriva come «vorrei un software gestionale su misura». Arriva così: abbiamo un programma fatto in Access quindici anni fa, gira solo su quel computer in ufficio, dal cellulare non si usa, nessuno sa dove sia finito il codice sorgente e l’amministrazione tiene un Excel di fianco per coprire quello che manca. Cambiarlo con un prodotto di catalogo significa chiedere a tutta l’azienda di lavorare in un altro modo; lasciarlo com’è costa ogni anno la stessa cifra in tempo perso e in rischio, con l’aggravante che ogni modifica «costa mesi o non si fa proprio».
Per questo il lavoro non comincia programmando, ma capendo il processo: si parla con chi il sistema lo usa ogni giorno — amministrazione, magazzino, commerciali, direzione —, si disegna il flusso vero da quando entra un ordine a quando viene incassato, si cerca quello che succede fuori dal programma (l’Excel parallelo, il quaderno, il gruppo WhatsApp, la mail che qualcuno inoltra ogni mattina) e si fanno emergere le regole che nessuno ha mai scritto: sconti applicati per abitudine, eccezioni per certi clienti, controlli che esistono solo nella testa di una persona. Da qui esce un documento funzionale che decide, con l’imprenditore davanti, cosa si replica, cosa si semplifica e cosa si elimina. È la parte che fa la differenza fra un sistema nuovo e un vecchio sistema ricopiato con i suoi difetti.
La ricostruzione parte dalle schermate reali del programma attuale. Non serve il codice sorgente — nella maggior parte di questi casi è andato perso o ce l’ha qualcuno che non c’è più — e non serve l’accesso al database: lo storico si migra lo stesso, anche quando il gestionale non espone nessuna API. L’intelligenza artificiale scrive il codice, i nostri sviluppatori lo revisionano e lo firmano, e quello che prima era un progetto da un anno si consegna in settimane, con il sorgente completo e la documentazione in mano al cliente. È il servizio che abbiamo chiamato refactoring, e comincia sempre dall’accordo di riservatezza, firmato prima che il cliente ci mostri qualsiasi cosa.
Le domande pratiche che arrivano subito dopo — quanto tempo ci vuole, quanto costa, come si garantisce la sicurezza dei dati, cosa succede dopo la messa in produzione — le abbiamo raccolte con le risposte in questa pagina sul software personalizzato.
Analizzare i processi: l’unico modo di governare la dipendenza
La dipendenza da un fornitore non nasce dal contratto: nasce dal fatto che l’unico posto dove è scritto come lavora la tua azienda è il programma stesso, più la testa di tre persone. Finché sta così, cambiare costa caro anche se il contratto è annuale, perché quello che si perde cambiando non è il software: è il saper fare che ci stava dentro.
Per questo il lavoro serio non comincia scegliendo la tecnologia, ma ricostruendo il processo vero: chi fa cosa, in che ordine, cosa succede quando qualcosa va storto, cosa avviene fuori dal programma e quali regole si applicano senza che nessuno le abbia mai scritte. Ne esce un documento funzionale che descrive la tua operatività e il perimetro esatto di quello che andrebbe ricostruito. Noi lo consegniamo al cliente ed è suo da quel momento, anche se decide di non proseguire con noi: con quel documento in mano può chiedere un preventivo a chi vuole, ed è esattamente questa la misura di quanta dipendenza aveva.
Da lì in poi la dipendenza si misura con tre domande concrete, che valgono sia se resti sia se te ne vai: dove vivono i tuoi dati e in che formato puoi tirarli fuori; quanta della tua operatività è documentata fuori dal software; e di chi è il codice di quello che usi ogni giorno. Le prime due si possono migliorare senza cambiare fornitore. La terza no.
E sulla terza: quello che costruiamo in un progetto di refactoring resta di proprietà dell’azienda che lo commissiona. Alla fine consegniamo il codice sorgente completo e la documentazione, senza licenza per utente su un sistema che è tuo. Non è generosità, è coerenza: se l’argomento è smettere di dipendere, non avrebbe senso risolvere una dipendenza vendendone un’altra.
In glacom facciamo esattamente questo lavoro: analisi dei processi, ricostruzione dalle tue schermate senza bisogno del codice originale e migrazione dello storico anche senza API, con il risultato di proprietà della tua azienda. Il dettaglio è nella pagina del servizio.
Fonti
- Hardware Upgrade: ArtCraft, la suite open source che punta a sfidare Adobe con sette alternative gratuite
- Ars Technica: «Software is over»: Bold AI developer takes aim at Adobe with open source clones
- Agenda Digitale: Software PA, l’AI riduce i costi: perché i canoni restano gli stessi?
- Economyup: AI per le PMI: le applicazioni concrete che aiutano il business
- Il Sole 24 Ore: Microsoft riunisce Copilot in un’unica super-app: arrivano Code e Autopilot
- Il Sole 24 Ore: Le cinque insidie dell’intelligenza artificiale per le Pmi italiane
- Milano Finanza: NTS Informatica: soluzioni integrate per accompagnare la trasformazione digitale delle imprese
- GitHub: ArtCraft, il progetto
- Confartigianato: Confartigianato e Zucchetti lanciano il progetto «Artigianato Digitale»
- LaMiaFinanza: Confartigianato e Zucchetti avviano Artigianato Digitale per le Mpmi
- TechFromTheNet: Per la crescita digitale il nodo resta nei sistemi legacy